Al mercato civico di via Quirra, nel cuore di Is Mirrionis, le fotografie non sono appese in uno spazio neutro e silenzioso, lontano dalla vita quotidiana.
Stanno tra i banchi, lungo le pareti, dentro un luogo che continua a fare il suo mestiere di sempre, con la spesa del mattino, le chiacchiere, i passaggi veloci, le abitudini del quartiere. “Ceci n’est pas Cagliari Ovest” parte proprio da qui: dal rifiuto di trasformare la città in una vetrina pulita e vendibile, da consumare in pochi secondi sullo schermo di un telefono. Il progetto mette al centro ciò che di solito resta ai margini, cioè i dettagli ordinari, gli angoli meno celebrati, i pezzi di città che non cercano di piacere a tutti e proprio per questo finiscono per dire qualcosa di più vero.
Una mostra dentro un luogo popolare
La scelta del mercato di via Quirra non è un semplice dettaglio organizzativo. È parte del senso stesso dell’iniziativa. Le immagini tornano nei luoghi da cui sono nate e incontrano le persone che quei luoghi li attraversano ogni giorno. Non c’è la pretesa di nobilitare lo spazio facendolo diventare una galleria, e non c’è neppure il tentativo di costruire un evento separato dalla vita del quartiere. La mostra si inserisce con discrezione in uno spazio vivo, familiare, dove la città continua a mostrarsi senza filtri.
Le fotografie esposte sono 57 e arrivano da una serie di passeggiate urbane realizzate nei quartieri che il progetto riunisce sotto l’etichetta immaginaria di Cagliari Ovest: San Michele, Is Mirrionis, Mulinu Becciu, Sant’Avendrace, Tuvixeddu e Tuvumannu. Non è una mappa amministrativa, ma uno sguardo costruito sul campo, pezzo dopo pezzo.
Contro l’estetica da social
L’idea di fondo è chiara: sottrarsi a quella rappresentazione delle città che sui social, soprattutto su Instagram, finisce spesso per ridurre tutto a superficie, stile, atmosfera. Foto belle, magari impeccabili, ma quasi sempre intercambiabili. Qui invece succede il contrario. Si prova a osservare quello che normalmente non viene scelto, non perché sia brutto, ma perché non rientra in un’idea facile di bellezza.
Per questo le immagini sono state scattate con lo smartphone. Non per moda, ma per spostare l’attenzione dalla tecnica allo sguardo. Quello che conta non è il virtuosismo, ma la capacità di fermarsi davanti a un dettaglio minimo, a un’architettura trascurata, a un passaggio urbano che non chiede di essere fotografato e proprio per questo può restituire qualcosa di autentico.
Nel progetto, spiegano i curatori, l’autore quasi scompare. Le immagini non servono a firmare una visione individuale, ma a far parlare i quartieri. È una scelta precisa, che rompe anche con una certa idea della fotografia come gesto personale da esibire.
Un lavoro collettivo con ragazze e ragazzi del quartiere
La mostra è stata curata da Enrico Lixia, Giulia Vallese e Tommaso Spiga e prodotta insieme al centro di quartiere Strakrash. Hanno partecipato quattordici fotografe e fotografi sardi, tra professionisti e amatori, affiancati da adolescenti della zona. Questo aspetto conta parecchio, perché cambia il modo in cui si guarda lo spazio urbano. Non arriva uno sguardo esterno a spiegare il quartiere a chi ci vive. Il racconto nasce anche da chi quei luoghi li conosce da dentro.
Il risultato è un lavoro collettivo dove le differenze tra professionista e amatore si sfumano. Chi osserva non sa più chi ha scattato cosa, e in fondo non è quello il punto. Il punto è la trama che si crea tra immagini diverse, unite da una stessa attenzione per l’infraordinario, per ciò che sembra secondario e invece racconta molto.
Un percorso che continua oltre Is Mirrionis
Il progetto, sostenuto dal Comune di Cagliari e dalla Fondazione di Sardegna, ha anche un catalogo cartaceo e non si fermerà qui. Dopo il lavoro su Pirri e questa nuova tappa nei quartieri dell’ovest cittadino, il percorso si sposterà verso le zone che guardano il mare, da Sant’Elia a Giorgino, fino a completarsi con i quartieri che finiranno sotto l’etichetta di Cagliari Est.
Quello che resta, uscendo dal mercato, è una sensazione abbastanza netta: queste fotografie non chiedono di ammirare la città, ma di riconoscerla. Ed è una differenza che, in un tempo in cui ogni luogo rischia di essere venduto prima ancora di essere capito, pesa più di quanto sembri.








